Divagazioni sulla Psicologia Umana

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Samsung vs Apple e lo smart che diventa pirla

Torno in campo su queste pagine per riprendere la mano. E non c’è niente di più valido per riprendere la mano di trattare di un argomento che si conosce alla perfezione cercando dei collegamenti un po’ sopra le righe.
In questo caso conosco alla perfezione due cose: un prodotto e il suo concorrente.

Il prodotto lo conosco perché da quando è venuto fuori nessuno può non conoscerlo, il concorrente è arrivato ai miei occhi grazie alla sua campagna pubblicitaria sparata da un’agenzia che conosco da anni.
Ok, arrivo al sodo, smetto di perdermi in incisi, come mi dice sempre il mio capo (ecco l’ho rifatto, ancora).

Sto parlando di iPhone contro Samsung Galaxy S II. Non starò mai a disquisire su questioni tecniche dei due telefoni, non sono un Nerd, posso tranquillamente fare a meno di sapere che potenza ha il processore dei due, o i Megapixel che affrescano le immagini che i due telefonini dipingono. Tanto non posso permettermi nessuno dei due (ancora un inciso: dei miei problemi concettuali con le finanziarie parlerò un’altra volta ndr) quindi mi interesso solamente della comunicazione che ci gira attorno e più propriamente della pubblicità.
Apple si è sempre lanciata nel mercato pubblicitario con estrema violenza creativa. Questione di stile e di necessità: c’è sempre stato un concorrente con cui confrontarsi, con cui misurare le differenze.

Non mi dilungherò troppo sul primo esempio della serie, quel 1984 di Riddley Scott con cui Apple è balzata agli occhi dell’America nell’intervallo del XVIII Super Bowl (ehi ma stasera c’è il XLVI Superbowl e Samsung sta per sparare il suo nuovo Spot!) spazzando quello sport inutile dagli occhi dei telespettatori e inondando i divani di birra e patatine a causa dei sobbalzi provocati. Il Commercial Film parlava chiaro, Macintosh dava colore dove prima c’era il grigio. Perché i numeri non potranno mai contaminare la creatività, quando al contrario creatività ed efficienza posso convivere produttivamente. Il grigio non sarà mai bello ma i colori solidificano ogni mattone. Il nemico? IBM e i suoi PC brutti ma precisi, il suo marchio squadrato e di un blu rassicurante. Apple rappresentava la puntata geniale che faceva saltare il banco.

IBM è stata logorata negli anni, non da Apple ma dal partner a cui si era legata che forniva i propri servizi a tutti i calcolatori in circolazione relegando IBM ai margini di un mercato poco stabile ma dove si poteva trovare prodotti molto più economici. In questo mercato Apple è stata considerata per anni come il fratello eccentrico e ricco, quello che trovava posto solamente negli studi dei più abbienti ed audaci professionisti: musicisti, architetti, designer, artistoidi.
Una volta conquistato lo zoccolo duro, attraverso una way of life allettante anche se too expensive, ecco una nuova sfida, combattere il rivale sul suo stesso campo, contrapponendo la variopinta stabilità Apple all’atona incertezza Microsoft.

Eccoci arrivati a Get a Mac la migliore campagna pubblicitaria del primo decennio del 21° secolo, secondo Adweek. L’agenzia è la TBWA il canovaccio semplice e geniale, snocciolato in 66 spot per la televisione. Il Italia questa campagna è arrivata solo di riflesso, ma sfido chiunque a non averne vista almeno una puntata. Il canovaccio dicevamo ovvero la personificazione dei due sistemi:

  • Mr PC: un signore vestito da impiegato del catasto, un po’ in sovrappeso, simpatico fino alla compassione;
  • The Mac Guy: un giovanotto emblema del radicalchicchismo, perfetto nella sua schiettezza, irritante nella sua easy way, ironico e smart al punto giusto.

Beh la chiave di questo commercial è una e una sola: combattere Microsoft sul proprio campo attaccando con la spada dell’ironia sempre pronti a pararsi con lo scudo dei fatti.

La serie per intero ve la lascio guardare sul sito di Adweek, facendovi pensare alle vostro preferenza (che vi prego di citare nei commenti), ma penso che il potenziale assoluto sia espresso dall’episodio Sabotage: sono gli anni del boom di Macintosh e Apple ha appena lanciato iPhone, l’immagine del successo. Solo con la menzogna si può affermare che Windows sia meglio di OS, e comunque difficilmente si viene creduti.

Ironia e realtà, le armi che hanno portato lo stile Apple in alto nella considerazione della gente, le Apple Stuff costeranno anche un occhio della testa, ma una volta abituato ad usarla, quella roba, non vorrai più usare altro. In più la mela colorata è uno stile di vita, una pin che indossata ti fa riconoscere come stylish, wicked, cool!
Cuppertino una volta creato il suo esercito ha smesso di foraggiarlo di prelibatezze, soddisfando solo il pragmatismo dei propri consumatori, perché a mostrare il lato saporito dei device ci avrebbero pensato gli adepti stessi, fino a diventare ridicoli.

Ecco il punto, i Macintoshiani sono diventati troppo sicuri di sé ma soprattutto sono diventati la maggioranza autoproclamatasi elité intellettuale.

Bagliore sotto gli occhi di tutti, tale da poter essere notato solamente da un occhio critico.

Ed ecco la storia di Samsung.

Immagino i ragazzi Coreani chiusi nella loro sala riunioni simil-acquario sudati ed affranti mentre gli uomini del marketing mostravano loro cifre che mal si sposavano con gli sforzi profusi, quando ad un certo punto al più fresco del lotto si accende un grosso led sulla testa. Ecco l’idea: “Affidiamoci ad una Agenzia di casa loro, magari proprio Californiana. Direi che 72andSunny, quelli di Nike, sapranno come fare. E poi il nome dice tutto no? Sunny solari/abbronzati. Sì. Sì. They’re the men!

Già è proprio 72andSunny a fare al caso loro, non solo per la melatonina ma anche perché sono quelli che fra le righe sanno da sempre come trovare la chiave comunicativa usando armi già a disposizione del cliente, sviluppandole con una potenza visiva assoluta. La dimostrazione cardine sta nella nuova campagna firmata per Benetton, sìsì quella con tutti quei potenti che pomiciano. UnHate: un video spettacolare, oltre ad un potentissima campagna viral e Billboard. Perché questa campagna è il simbolo dei solari creativi californiani? Perché potrebbe tranquillamente essere una campagna col carattere di Oliviero Toscani con una potenza visiva a marchio 72andSunny.
La strada per Samsung è la stessa ma le armi da usare, in questo caso, sono quelle dell’avversario. La campagna The Next Best Thing ha la stessa strategia di Get a Mac: scavare con l’ironia tutte le certezze radicate dai possessori di iPhone. Ne nasce una campagna splendida: perché dei pagare di più, spazzare in fila le strade che portano all’Apple store, sbavare su ogni rumor che circonda Cuppertino, se si può avere uno strumento più all’avanguardia. Scardinare le certezze, perché essere ciò che si compra non è così cool se si può acquistare qualcosa di meglio. L’ironia è pungente con quel pizzico di spocchia che potrebbe far irritare gli Appleiani mentre il fiocco sul pacco dell’unicità è messo dalla qualità dei video.

In poche Parole? Lo Smart è diventato Pirla. E lo è diventato sotto gli occhi di tutti senza che nessuno se ne accorgesse!

Come dicevo in precedenza, non penso comprerò mai uno dei due Smartphone, però sicuramente la serie di 72andSunny ha messo nel piatto quel sale che da un po’ di tempo si era perso nella comunicazione per gli oggetti digitali, essendosi Apple impantanata in rotelle e cuscini più propri della sedia del Boss che dello sgabello del designer.

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Cooky Bag e Riflessioni sul Radical Chic

Sì sono un food addicted.
Devo cercare di parlare in maniera un po’ più comprensibile? Mi piace mangiare, bere, cucinare e mi piace anche tutto ciò che ci gira attorno.

Mi capita ogni tanto di fare delle trasferte cuciniere. Prendo i miei ingredienti, gli arnesi del mestiere (che fin quando non ho iniziato un tour di traslochi incisivo consistevano in una pinza per alimenti, un coltelo svedese, un padellone bialetti) e vado nella casa che ospiterà la mia creazione carico di una buone intenzioni.
Una volta mi è capitato anche di cucinare il sushi a domicilio e mi sono ritrovato a pensare che probabilmente lo zaino e la sportina di plastica non fossero gli scrigni più adatti dai quali estrarre le meraviglie che avrebbero composto una cena luculliana.

Ora che ci penso è finalmente giunto il momento dell’estinzione totale dei sacchetti di plastica che hanno favorito l’inquinamento del nostro bel pianeta. In Italia è questione di questi ultimi mesi, ma in Spagna hanno abolito le trappole di plastica da almeno un anno.

Certo, lo so, la sto facendo lunga, ma mi stavo calando a pieno nella parte perfetto Radical Chic.

Colui che beve Pinot Gris mentre prepara un pessimo filetto al sale, passando tutta la cena colmando costantemente di Bordeaux il bicchiere di una donna che non riesce a dirgli quanto sia realmente disgustosa quella carne stracotta perché ammaliata dalla costosissima montatura scura in faccia al suo cuoco per una notte.

Sto parlando proprio di questa categoria di persone, quelli che badano solo allo stile di quei Credence Goods che una qualità reale ce l’avrebbero pure ma è annebbiata dagli zeri sulla targhetta del prezzo.
Oggetti di design per cucina: dai coltelli giapponesi fusi dalla sapiente mano di Hattori Hanzo alle teiere russe, dai piatti quadrati ai wok in acciaio spagnolo, dai bicchieri di Stark alla Spuma Bionda in edizione limitata. La cucina è diventata una sala espositiva del Moma e poco importa se partorisce solamente scottoni carbonizzati tanto ci pensa la mostarda di Dijon a coprire il sapor Coke.
Entra a piedi uniti proprio in questa fetta di mercato la Cooky Bag, un transformer che racchiude in sé la praticità di una borsa di tela capiente e l’utilità del Grembiule multitasca.
Un’idea splendida nata dal genio di Clara Nardiello che ha costruito una multifunzione multitasca all’insegna dell’oggi cucino.
Cooky Bag è stato presentato alla BIT 2010 di Milano e da allora non ha fatto altro che mietere successi. Numerosi i pezzi venduti e anche “The Road to Contemporary Art” di Roma ha avuto la sua edizione limitata.

Un oggetto di design più che un complemento di arredo. Ed il prezzo, unica nota stonata, è propria in linea con un’opera d’arte.


Già mi immagino arrivare a casa della mia bella con questo bell’oggettino carico di meraviglie pronto a preparare un’orata al sale con scapece di contorno tutto innaffiato da un Vermentino di Gallura.

Tanto io Cucino meglio di quei Radical Chic.

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Enjoy The Bike Journey

Museo Du Pouloi Borgogne (Foto di Claudia Mestroni )

Non si può essere Blogger senza scrivere anche qualcosa di personale. Ci ho messo quasi un anno a raccontare qualcosa di me, lo so, però lo faccio scoprendo due delle cose che riempiono il mio tempo libero e che potrei definire passioni: bici e viaggi.

Il cicloturismo è un’esperienza molto particolare.

Proprio la situazione in cui si può dire Enjoy the Journey e lo dici a te stesso e a chi sta con te, fra boschi, asfalto o sterrati, salite o pianure, pioggia (per fortuna sempre poca) o caldo che uccide (lo conosco come le mie tasche). L’ultima avventura? Un finesettimana, quello di Pasqua, con una compagnia guidata dal Maestro dell’organizzazione ciclistica e dell’enjoy the life (not only the journey) che mi accompagna da anni in soggiorni di questo tipo.

Ambientazione Bourgogne terra del buon vivere fra cibo, vitigni e cantine accarezzate da centinaia di chilometri di strada verde a.k.a pista ciclabile in mezzo ai boschi.
Sembrerà strano ma il sottotitolo di una vacanza in bicicletta è “No Stress”.
Yes: Esercizio fisico, Aria Aperta, Sorriso.
No: Code Infinite, Schiacciamenti Umani (o meglio dire sarebbe disumani), Mal d’Aria, Ritardi (a meno che tu non voglia, ma in quel caso non si può tecnicamente parlare di ritardo).
Certo bisogna considerare che il consumo di carburante è comunque notevole. Non parlo di Benzina o Cherosene, ma di cibo e bevande che quando pedali non possono che influire sul budget della vacanza almeno quanto qualche pieno, anche in tempo di crisi petrolifera.
La Bourgogne ha costruito sulla tavola un mercato abbastanza fiorente.

Borgogna terra di vini e quindi di vigneti, colture basse e paesaggi mozzafiato. Migliaia di aziende vinicole producono il proprio nettare con uve Chardonnay per il bianco e Pinot Nero per il rosso.

Quando passi dalle Cantine ogni Vinaio è ben contento di mostrarti la sua magione, spesso antica di secoli, e di farti provare orgogliosamente il prodotto unico delle proprie fatiche. Racconti con un proprio stile, ovviamente, ma tutti  dallo stesso identico canovaccio: introduzione al territorio, descrizione della zona e commento ad ogni singola bottiglia.

Un’esperienza coinvolgente che porta l’avventore, ormai provato dai chilometri di bici e dalle degustazioni, ad uscire dalle segrete con una bottiglia sottobraccio lasciando il cantinero lì, tutto contento, mentre si alliscia i gallici baffi.

Le cantine sono tantissime, così come tantissimi sono i ristoranti che propongono piatti tipici con un occhio sempre attento all’esperienza d’acquisto. Canovaccio classico anche qua, in tutto: varietà di piatti limitata ma rassicurante, carta dei vini attenta al territorio ma con keyword (cazzo è arrivata la deformazione professionale) volevo dire appellativi ben riconoscibili, due tipi di menù che non impacciano il cliente al momento della scelta, camerieri che sciorinano cantilene studiate fin nei minimi ammiccamenti.

Perfetto. Cliente che si alza da tavola con un plateau di formages ad accompagnarlo alla porta. Tutto splendido non c’è che dire. Lo studio è stato costante e approfondito e ha portato la Bourgogne ad essere ai primi posti fra le mete del turismo culinario internazionale.

C’è chi lo chiama marketing del territorio o attività commerciale dedita alla migliore promozione del propri prodotti. Io questa pratica la chiamo macchina da soldi.

In definitiva sono qua a quasi una settimana dal mio rientro con ancora sul palato il sapore dei formaggi più saporiti e dei vini più forti, con il pensiero fisso che qualcosa  di simile si possa esportare anche qui. Dove vivo io!
Perché la piacevole sensazione di soddisfazione sensoriale che ho provato io nel pieno della vacanza piace a tutti! E in Borgogna si Mangia e si Beve che è una vergogna (lo dovevo dire!)

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Vintage advertisement of modern technology

Parliamoci chiaro, le pubblicità più spettacolari di tutti i tempi sono quelle partorite a cavallo fra gli anni sessanta e gli anni settanta. Non si discute! Sarà stato il periodo storico, l’approccio pionieristico ai mezzi di comunicazione, la sperimentazione indiscriminata, nessun antitrust a rompere le scatole, la consapevolezza che il pubblicitario fosse contemporaneamente artista, poeta e genio della persuasione, la predominanza della stampa, della radio, che hanno sempre determinato il meglio della pubblicità pure.

Ovviamente ad amplificare questo mito ci ha pensato la Tv con la Produzione della Serie Mad Men, ambientata proprio nella Madison Evenue Newyorkese. Certo al centro della serie c’è molto più il patinato che la sostanza, ma tant’è che per lo meno abbiamo avuto davanti agli occhi quel mondo della pubblicità fino ad ora poco presente nello spettacolo.

Beh, oggi ci troviamo di fronte solamente a pubblicità digitale, supemegaeffettispeciali, pochi concetti, poca immaginazione ma tanta apparenza. Però c’è chi ha avuto un’idea fuori dal comune, quella di pubblicizzare strumenti moderni in un perfetto Adv Sixties Style. Non ho capito bene chi ha per primo introdotto questa genialata però digitando in rete Vintage advertisement of modern technology troverete roba assolutamente molto interessante. Qui ve ne posto un paio ma vi assicuro che ce n’è una letteratura infinita.

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Di Nuovo Ikea? Ok forse potrebbe sembrare che l’Ikea mi paghi per promuovere le sue pubblicità (concetto ontologico).

Onestamente? Magari! No no, mi ritrovo spesso a parlare di pubblicità Ikea perché alcune cose le trovo estremamente interessanti. Lo potrete notare voi stessi, la reclamé quassù è davvero indovinata. Punta tutto su uno degli elementi distintivi della segheria svedese, una cosa che noi tutti ci ritroviamo fra i piedi ogni qual volta varchiamo le soglie di un cubo gialloblù. La Matita Gialla.

Sembra fatta a posta, ma ogni volta che io torno a casa dopo aver comprato qualche mobile nello store svedese, mi ritrovo sempre in tasca almeno tre matite e quattro metri pieghevoli, senza averne usato neanche uno.

Però è cos,ì i simboli distintivi del mobilificio low cost sono tre, a mio avviso: il Giallo, i köttbullar (le polpette svedesi ndr), la matita. Visto che il giallo lo riconosci da lontano e che delle polpette ormai conosciamo ogni singolo ingrediente, non mancava che la matita da infilare nelle pubblicità televisive.

Chi è stata l’Agenzia che ha tirato fuori questo concept così interessante, basato sul concetto base della realizzazione di mobili su misura, sulla semplicità di utilizzo e sulla maledetta matita gialla?

Gli autori di questa campagna sono tre ragazzi che fanno parte di una piccola, a quanto mi è parso di capire, agenzia con sede a due passi da Parigi la Mad Milk Production.

I protagonisti di tutti gli spot della produzione francese sono sempre gli stessi tre: un regista François Choquené, un direttore della fotografia Nicolas Loir e un montatore Guillaume Colas. Anche per loro le parole di apprezzamento si sprecano, molti dei lavori di questi tre francesotti non sono per niente male (non perdetevi lo spot Nike, anzi ve lo linko va).

Vi terrò d’occhio ragazzini. Anzi quasi quasi vi mando un cv!

Hiya!

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Il Concetto molto personale di Minimalismo

Nutella Logo - Brainsurfer

Mi ritrovo ultimamente a lavorare da freelance. Fare il Freelance in un campo così particolare come la comunicazione creativa è una cosa davvero snervante, farlo a Roma, poi, ti fa odiare il tuo lavoro ancor più del traffico delle sei e mezzo a Porta Maggiore.

Roma, gran bella città, ma popolata da arroganti figli di papà che credono di essere dei fascinosissimi cervelluti. Persone dal Poliedrico Ingegno, come l’Odisseo cantato da Omero, capaci di destreggiarsi tra fotografia e letteratura, macelleria e arti visuali, design e musica da camera, cucina e integrali complessi, navigazione e storia del cinema.

La situazione si presenta spesso con lo stesso canovaccio: “mi servirebbe una campagna di comunicazione digitale. Calda, di impatto, non eccessiva: Minimal.” A questi bei personaggi andrebbero però illustrate alcune basi della comunicazione, del design, dei concetti che pensano di poter passare fra dente e dente senza riconoscerne il sapore.

Proprio sul concetto di Minimal mi vorrei soffermare.

Minimal Art:

Art characterized by the use of simple or primary forms or structures

oppure

Minimal Music:

Music characterized by the repetition and gradual alteration of short phrases

Niente a che vedere con disegni infantili o claim dadaisti. Minimale vuol dire linea asciutta, riconsocimento di uno stimolo attaverso un tratto semplice, ripetere elementi familiari che permettono la composizione di un segno complesso per il sentimento ma non per l’estetica.

Sembra un concetto molto semplice ma vi assicuro che quando mi presentano un pupazzetto o una ruota di carro fatta da un bambino al primo giorno di nido, i brividi sulla mia nuca si fanno feroci come la sete in un concerto da palazzetto.

A questo punto, dopo aver scritto queste belle parole, è ora di mostrare concretamente cosa significa minimal. Confesso che quando mi sono trovato davanti il lavoro di Antrepo ho creduto che qualcuno mi avesse letto nel pensiero.

Antrepo (A dose of minimalism and efforts for changing the perception is maybe the simplest definition for Antrepo) ha pubblicato uno studio grafico sulla possibile svolta minimalista di alcuni marchi famosi: Minimalist effect in the Maximalist Market. 

Per Antrepo, nel branding come nel packaging, l’anima è sempre la migliore presentazione del prodotto. E l’esempio della Nutella in copertina ne è la dimostrazione più lampante.

Lo andate voi a spiegare ai Geni Rinascimentali che popolano la città che mi ospita?

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Comunicazione Integrata e Cereali

Avremmo tutti molto da imparare dalle aziende che producono prodotti “sostenibili”. Non riesco a capire per quale motivo riescono molto spesso a tirare su campagne pubblicitarie molto carine con uno sforzo creativo e sinergico assolutamente invidiabile, soprattutto quando si tratta di prodotti alimentari. Questa è la sensazione che ho provato scovando nelle mie ricerche la campagna di Bear Naked.

Bear Naked è una Azienda Americana fondata da due Ragazzi, Brendan e Kelly, nei primi del secolo e basata sulla loro passione per sport e cibo sano (come solo degli inutili cereali sanno esserr). Pare che la vera malata di Cereali sia Kelly, che ha inventato la ricetta esclusiva (di produzione o di marketing?) dei Bear Naked dopo una brillante carriera come giornalista di Sport Illustrated.

La storia, per farla breve, parla di cereali naturali, prestentati in packaging trasparente e biodegradabile per giovani sportivi e impegnati ecologicamente.

Già questo basterebbe a far diventare un prodotto così, fondamentalmente di nicchia, appetibile per il target di riferimento. Ma non è tutto, perché questi genialoni del Connecticut si sono inventati col tempo delle campagne pubblicitarie che puntano molto sui trend di questo scorcio iniziale del millennio. Così Bear Naked si è lanciata su iniziative che puntano verso l’ecologia, come l’avvicinamento al movimento Tree Huggers (piccola divagazione, molto carino il Claim di Nike Better World: We Don’t Hug Trees, we save Them n.d.p.) promosso con campagne di adv tradizionale oltre che con impegni concreti in temi di salvaguardia ambientale.

Queste mosse, naturalmente, non hanno fatto altro che migliorare la visibilità dei prodotti Bear Naked fra i giovani ed ecologisti. Ma probabilmente queste campagne non sono bastate per far sfondare il muesli in segmenti di mercato sconosciuti. Certo l’età del consumatore tipo deve sempre rimanere bassa, ma bisogna far qualcosa per abbracciare anche i giovani poco interessati all’ambiente, quindi bisogna riconcentrarsi sull’altro tema fondante: lo sport.

Per fare ciò Brendan e Kelly hanno inventato una bella campagna di marketing dal titolo Live Bear Naked basata sugli sport più cool che si possono trovare sulle streets of the world. Il principe di questa campagna? Naturalmente il bike polo, The King of the Streets, The Coolest Sport for The Coolest people. Naturalmente una campagna così deve essere ben radicata sul territorio e aderente ai protagonisti. Quale mezzo migliore di un bel Canale Youtube allora, riempito di video in cui sono i protagonisti a parlare dello sport preferito. Obvoiusly tutto è ben condito con due account Facebook e Twitter dove si invitano i follower a seguire e partecipare alla campagna Live Bear Naked.

Questo genere di campagne mi fanno pensare a come Comunicazione Integrata non voglia semplicemente intendere l’integrazione fra i media, ma anche, e soprattutto, integrazione di contenuti da affiancare ai propri prodotti.

 Le leggi del marketing anni trenta (Ricordate: Una comunicazione è nulla senza un prodotto di qualità) in un’epoca di copiacarbone di prodotti, valgono molto meno dell’immagine della marca.

Bear Naked è uno degli esempi.

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Advertise This

Come in un antico film di fantascienza, quando fra automobili volanti, dinosauri in 3d e abiti merlettati di ferro zincato si scendeva nelle fogne per trovare qualcosa e si trovava a passeggiare attraverso un intatto scenario di cinquant’anni prima.

Questo pare essere successo a degli operai che stavano scendendo nel sottosuolo per effettuare dei sopralluoghi nel Notting Hill Gate della splendida e antichissima London Tube. Una volta scesi in un livello più profondo questi ragazzi si sono ritrovati davanti uno spettacolo molto molto suggestivo. Centinai di cartelloni pubblicitari hanno continuato a tenere compagnia al corridoio che ha portato milioni di viaggiatori metropolitani dalle scale fino ai treni.

Uno scenario assolutamente splendido, cartelli allineati e per i quali gli anni sembrano non essere passati. Grazie alle fotografie emerse  sembra di essere tornati agli anni ‘50 (questa ala della Notting Hill Station era stato chiuso in seguito all’inaugurazione delle nuove linee della Metropolitana nel 1959): poster intatti che pubblicizzano dentifrici, fiere, spettacoli teatrali e cinematografici.


Un vero e proprio salto nel passato attraverso le fotografie di Mikey Ashworth che riportano alla luce tempi in cui l’advertising si faceva prevalentemente attraverso i poster con immagini fresche ed avvolgenti che appaiono ancora tali dopo cinquant’anni.
Sarà molto difficile che questa galleria di Notting Hill possa essere avvicinabile ai visitatori ma accontentiamoci di sapere che da qualche parte nel mondo la pubblicità del dopoguerra continua ad avere una sua elegante e incontaminata collocazione.

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L’alieno Mourinho, un Libro di Calcio

“Non voglio imparare come si perde una finale di Champions per 4-0”

José Mourinho in risposta alle critiche di Joan Cruijff

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Per essere un blogger bisogna una volta nella vita postare un commento o una recensione su un libro.

Fra i tanti libri che mi sono piaciuti in questa stagione, diciamo che la nuova stagione di lettura comincia a novembre quindi siamo agli sgoccioli, c’è questo L’alieno Mourinho di Sandro Modeo che racchiude in sé così tante informazioni, così eterogenee e precise da farne molto più di un saggio calcistico.

Sono sicuro che l’editore ISBN, che annovera nella sua libreria titoli come South Park e la Filosofia oppure Ajax la Squadra del Ghetto, abbia baciato la postina che gli ha recapitato in ufficio L’alieno Mourinho.

Ma cominciamo dall’inizio, dall’autore quel Sandro Modeo che da anni collabora con le pagine sportive di Corriere della Sera e the Guardian oltre a dilettarsi fra le pagine scientifiche delle riviste la Scienza e Darwin. Proprio lui riesce a fare un affresco di questo uomo che si è calato nelle varie realtà del mondo del calcio, dalla Londra del Chelsea all’Inter, fino alla Entidad Blanca di Madrid. Non si parla solamente di schemi tattici in questo saggio ma lo stile Mourinho viene completato pezzo dopo pezzo come un puzzle in cui immagini diverse riescono a formare il volto di una persona in ogni suo particolare. Si parte da un paragone molto azzardato quello con Harry Houdini passando per Bela Guttman (ispiratore di Mou), il colonnello Lobanovsky, l’Ajax di Miches e Antonio Damasio. 

Un viaggio fra neuroscienza applicata al calcio e tattica dell’apprendimento che concorrono a spiegare la filosofia calcistica di José non tralasciando alcun particolare.

La parte però che più interessa del saggio è l’affresco psicologico che l’autore fa dell’uomo Mourinho. Uomo dai mille volti che cambia atteggiamente a seconda della situazione in cui si trova mantenendo sempre la sua voglia di stupire oltre ad un’ossessiva compulsività nella vittoria ad ogni costo. Gli aspetti del suo passato sembrano costituire una personalità molto complessa: uomo cattolico conservatore formatosi nelle campagne di Setubal con uno zio dell’estabilishment salaziano, mediocre calciatore, professore di educazione fisica al liceo per poi diventare traduttore e vice allenatore a Barcellona fino al tecnico vincente che è ora. Le sue sceneggiate, i suoi atteggiamenti provocatori, la sua missione di far vincere squadre che non lo fanno da molto tempo, sembra tutto programmato per soddisfare quella sete di vittoria, quella voglia di emergere propria di coloro che hanno qualcosa da dimostrare al mondo.

E ora l’alieno è sbarcato a Madrid per dimostrare al mondo che il Real, squadra cattolica e reazionaria un po’ come lui, può ancora vincere spezzando il dominio di quel Barcellona, indipendentista e rivoluzionario anche nel modo di giocare, che ha sempre fatto scintile contro le squadre di Mou.

Questo saggio è una lettura piacevole a cui dedicarsi che tira fuori teorie interessanti e similitudini che fanno riflettere. Molto carina l’idea della Bibliografia ragionata che si trova in coda al volume subito dopo la ricostruzione storica della vita di José Mourinho. L’unica pecca che posso trovare è un eccessivo compiacimento nell’esporre citazionismi e parladifficilismo propri da filosofi del calcio. Ma, onestamente, meglio filosofeggiare di calcio che urlare di moggiopoli e moviola.

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